I sushi-bar a Roma, come molti avranno potuto notare, stanno spuntando come funghi. Ma generalmente, il primo approccio con il sushi non è dei migliori. Quell’odore tagliente tipico delle cose di mare, lascia inizialmente dubbiosi. Se si pensa poi che il pesce è crudo e che il riso è tenuto insieme da un’alga…
In realtà i tipi di sushi sono ben 13, ma il più comune in Italia – forse perché per noi è il più “abbordabile” – è il makizushi, quello che poi conosciamo un po’ tutti, avvolto appunto nel nori, un foglio di alga essiccato nel quale poi vengono avvolti il riso ed il ripieno.
C’è anche un altro tipo di sushi, quello dove il pesce crudo viene poggiato sulla base fatta di riso avvolto nel nori (gunkanzushi)o anche una versione più “insalata di riso” con i vari ingredienti mescolati (chirashizushi o barazushi). Tendenzialmente, sul piano del sapore, le differenze fra queste varie tipologie non sono notevoli, soprattutto se accompagnate da una delle loro birre, tra cui la Hasahi e la Sapporo sono le più note, e che sono ben più dolci delle nostre, accompagnandosi quindi ottimamente col sapore dolciastro del sushi.
Ciò a cui un neofito deve stare particolarmente attento, invece, è la salsa. Si consiglia vivamente la salsa di soia su tutte le portate, in quanto il wasabi di primo acchito sembra né più né meno che patè di lucertola aromatizzato alla vernice fresca, e solo dopo un po’ che si è fatta l’abitudine al sapore, si riconosce una salsa con la consistenza della pasta il cui ingrediente principale è il rafano verde.
Importante comunque è ricordarsi che queste pietanze sono il risultato di una cultura e di un’arte millenaria, che vedono nell’abilità della loro preparazione una perizia e una cura che rivendicano un profondo e sincero rispetto. Certo, difficilmente in un sushi-bar italiano si verrà accolti dal irashaimase, l’urlo di benvenuto che in Giappone accoglie i nuovi clienti, ma questo non toglie nulla al fascino della tradizione e della storia di cui questo cibo è parte integrante.
Tanti. Diversi. E anche molto buoni. Sono i ristoranti etnici che sono sorti a Roma da un po’ di tempo a questa parte: e non stiamo parlando del solito ristorante cinese, ma del ristorante egiziano, di quello peruviano o dei giapponesi che si sono rapidamente moltiplicati, trascinati dalla moda del sushi e del sashimi. Per non parlare poi delle classiche churrasquerias centro-sudamericane, dei ristoranti indiani (due “storici” si trovano vicino ai Fori) o degli inossidabili kosher del Ghetto ebraico. Un mondo etnico che circonda le intramontabili trattorie, con le loro tovaglie a quadretti bianchi e rossi e la caraffa per il vino vicino al piatto di pasta all’amatriciana. Circonda, ma non insidia: perché, si sa, il cibo, come tutta la cultura, trova sempre ispirazione nell’incontro con l’altro, soprattutto se è un incontro fatto di sapori, di odori e di ingredienti. Già, gli ingredienti. Forse è questo l’elemento che più di ogni altro è portatore di invenzione e novità: emblematico è il caso di quel ristorante giapponese dove, alla richiesta di una certa verdura saltata, il cliente si è visto portare una bella ciotola decorata in blu piena di… cicoria ripassata. Alle perplessità dello sconcertato avventore sull’effettiva tipicità del piatto, il cameriere ha risposto spiegando che la cicoria era la verdura più simile a quella che usavano in patria per quel piatto, e che in Italia non si trovava. Come dire: posto che vai, usanze che trovi… ma gira e rigira alla fine tutto il mondo è paese.
Una cosa nuova, dunque, del tutto inedita. E che se fino a qualche decennio fa era relegata in due o tre ristorantini che dovevano aggiustare alla bene e meglio prelibatezze tipiche, adesso si allarga a macchia d’olio rischiando di diventare una vera e propria cucina, o anche solo un vero e proprio esercizio tipico, come ad esempio i “Pizza e kebab”. Kebbabbaro, poi, è proprio entrato nel linguaggio comune di tutti i giorni, assimilabile se non esattamente sovrapponibile, a quello di pizzettaro. Un gioco di incastri e di incontri, quindi, grazie al quale oggi è facile portare a casa per “sfiziare” la cena supplì (che pure questi sono di origine inglese, tanto che la parola viene da una contrazione, erratamente considerata romanesca, di “surprise”), crocchette e falafel. Così, l’adattamento ai gusti di un pubblico sud-europeo, la carenza di materie prime originali che non possono essere importate e la curiosità di provare cose nuove sentendosene liberi, porteranno a mix inediti e nuovi piatti che forse un giorno diventeranno caratteristici (di che, ancora non è dato saperlo) e magari daranno vita a culture conviviali nuove e diverse rispetto a tutte quelle finora conosciute.
Certo, in una steak-house ci si potrà ancora sentire un po’ americani, ma inevitabilmente americani a Roma. E si sa che gli americani a Roma sono un po’ speciali: sono santibailor…